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| IL CORRIERE DELLA SERA: 21 FEBBRAIO 2004 |
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L’Europa: «Chi inquina dovrà pagare la bonifica» |
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES - Chi inquina, paga. Le aziende «a rischio», grandi e piccole, dovranno risarcire i danni causati all’ambiente nel corso dell’attività produttiva. Dopo 15 anni di discussioni (e di resistenza delle lobby) la normativa europea è pronta. Ieri l’Europarlamento e i rappresentanti dei governi hanno raggiunto un’intesa sugli ultimi aspetti rimasti in sospeso. In particolare sulla necessità di spingere le industrie a sottoscrivere polizze assicurative di garanzia. Ora, probabilmente entro marzo, la direttiva verrà formalmente approvata dallo stesso Parlamento di Strasburgo e dal Consiglio dei ministri europei. Quindi i governi dei 25 (i 15 stati attuali più i 10 nuovi soci) avranno tre anni per trasformarla in legge nazionale. Non sono previsti, come sempre, effetti retroattivi. Ciò significa che le nuove regole non potranno essere utilizzate per pretendere un risarcimento nei casi «storici» (in Italia, basti pensare a Porto Marghera).
La direttiva disciplina il processo produttivo dei settori considerati «a rischio» o «potenzialmente a rischio». La tabella allegata alle norme comprende, di fatto, il grosso dell’industria pesante: dalla siderurgia, alla metallurgia, alla chimica e, più in generale alle lavorazioni che utilizzano discariche o inceneritori.
In realtà il testo stabilisce che anche «altri operatori», non importa di quale dimensione, possano essere costretti a risarcire i danni causati all’ambiente, purché «responsabili per colpa o negligenza». Per «inquinamento» la norma intende «danni agli animali, alle piante, all’habitat naturale, alle risorse idriche e alla contaminazione della terra che possa causare un significativo pericolo per la salute umana».
Il problema, naturalmente, sarà come applicare le nuove regole. Ogni Paese dovrà fissare e distribuire le competenze tra i livelli istituzionali. Per l’Italia, tenendo conto anche della «devoluzione» dei poteri, un ruolo fondamentale dovrebbe toccare alle Regioni e, in parte, ai Comuni. Spetterà a queste strutture controllare ed, eventualmente, quantificare il «danno ambientale» da mettere a carico delle aziende. Ci sarà spazio anche per le «organizzazioni non governative», per «i gruppi di interesse pubblico», insomma per le associazioni ambientalistiche e per tutti coloro che, come si dice nel linguaggio giuridico, sono titolari di «interessi diffusi». E’ un passaggio interessante, perché queste organizzazioni saranno legittimate a fare ricorso in tribunale contro le decisioni assunte dalle autorità istituzionali.
Dal punto di vista delle aziende la direttiva aggiunge, sia pure potenzialmente, un nuovo «costo ambientale». Per mesi i legislatori dell’Unione (Commissione, Parlamento, Consiglio) hanno discusso sull’opportunità di introdurre una forma di assicurazione obbligatoria per «danno ecologico», come si fa, per esempio, per coprire le spese in caso di incendio. Ma le lobby industriali si sono messe di traverso. Risultato: le imprese non saranno costrette a sottoscrivere una polizza, ma «gli Stati membri dovranno incentivarne» la diffusione. Inoltre la Commissione si impegna a presentare un rapporto dopo sei anni di applicazione della legge e a indicare se sarà necessario passare a forme di assicurazione obbligatoria.
Il Commissario all’Ambiente, la svedese Margot Wallström, ha commentato il via libera alla direttiva «con soddisfazione»: «L’idea che l’inquinatore debba risarcire i danni è una pietra angolare della politica ambientale dell’Unione europea. Con la nuova direttiva, per la prima volta, noi introduciamo questo principio nella pratica». Più scettici gli ecologisti. Secondo Rosanna Miccichè, di Greenpeace, la legislazione ha ancora diverse lacune. Per esempio non si accenna al rischio di contaminazione collegato alle coltivazioni di Ogm (organismi geneticamente modificati). Inoltre, sostiene ancora Miccichè, «la maggior parte dei danni ambientali resterà comunque a carico dei contribuenti».
Giuseppe Sarcina |
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