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L'UNITA': 31 marzo 2005

Il mondo malato potrebbe morire in 50 anni
di Cristiana Pulcinelli

Addomesticare la natura. Far sì che produca ciò di cui abbiamo bisogno nella quantità più elevata possibile. Il sogno di generazioni e generazioni di uomini negli ultimi cinquant'anni sembrava vicino a diventare realtà. La disponibilità degli alimenti è aumentata ad un ritmo uguale o superiore all'incremento demografico, dicono gli esperti, e la produzione agricola mondiale è cresciuta del 10% dal dopoguerra a oggi. Ma a quale prezzo?

Un rapporto presentato ieri a Roma dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Fao) e dal Wwf e contemporaneamente in altre nove capitali del mondo ci costringe a fare i conti. È il «Millennium Ecosystem Assessment Report», frutto di quattro anni di lavoro cui hanno partecipato 1360 esperti provenienti da 95 paesi. Lo scopo del progetto, lanciato da Annan nel 2000, era quello di comprendere la situazione in cui versano gli ecosistemi del pianeta e le conseguenze dei loro cambiamenti per il benessere dell'umanità. I risultati non sono incoraggianti: i nostri ecosistemi sono malati e nei prossimi 50 anni potrebbero collassare.

Ecosistemi
Cerchiamo di capire che cosa hanno studiato gli esperti dell’Onu. Un ecosistema è un complesso di piante, animali, microrganismi e ambiente inanimato che interagisce come un'unità. Gli ecosistemi possono essere non toccati dall'uomo, come le foreste naturali, oppure profondamente modificati dalla nostra attività, come le aree agricole e quelle urbane.

Biodiversità
Si è così scoperto che negli ultimi 50 anni gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi più rapidamente e profondamente che in qualsiasi altro periodo della storia. Lo scopo era soddisfare la crescente richiesta di alimenti, acqua potabile, fibre ed energia. Oggi, ad esempio, un quarto delle terre emerse è destinato ad uso agricolo. Ma il prezzo di questi cambiamenti è stato molto alto. La prima cosa che ci dice la ricerca, infatti, è che c'è stata una perdita secca di biodiversità: il numero delle specie viventi sul nostro pianeta sta diminuendo a causa del cambiamento del loro habitat naturale. Naturalmente, l'estinzione non è un fenomeno nuovo sulla Terra, ma da quando c'è l'uomo il tasso di perdita delle specie viventi è cresciuto di mille volte e si prevede che crescerà ancora in modo esponenziale.

Dall'acqua al clima
Non che il lavoro dell'uomo non abbia prodotto benefici: i cambiamenti negli ecosistemi hanno contribuito allo sviluppo economico di molte popolazioni. Ma oggi il 60% dei servizi forniti dagli ecosistemi (acqua, i prodotti agricoli, la pesca, la regolazione del clima) sono degradati o utilizzati in modo insostenibile. In particolare l'acqua e la pesca sono già oggi sfruttati oltre i livelli sostenibili. In tutto il mondo la quantità di pescato ha raggiunto il picco negli anni ‘80, mentre oggi è in diminuzione: le riserve si stanno prosciugando. In alcune aree si calcola che il pescato sia un decimo di quello che era prima dell'introduzione della pesca industriale. Per l'acqua il discorso è diverso. È vero che l'acqua dolce disponibile in teoria è molta, ma negli ultimi 40 anni è raddoppiato il prelievo da fiumi e laghi e oggi gli uomini utilizzano fra il 40 e il 50% delle acque correnti accessibili alla maggior parte della popolazione. Inoltre, nel mondo le risorse idriche sono distribuite in modo disomogeneo: in molte aree l'acqua è utilizzata in quantità superiore a quella che il sistema fluviale locale possa sopportare. I rifornimenti devono essere trasportati da altre regioni o prelevati da riserve che non possono essere ricostituite. Il problema quindi si sposta sulle generazioni future. Ma non è tutto. Per far posto ai terreni coltivabili abbiamo bruciato foreste producendo anidride carbonica, una delle maggiori responsabili dell'effetto serra. E per far sì che i nostri raccolti fossero più copiosi abbiamo versato dosi inaudite di fertilizzanti chimici con il risultato che la presenza di azoto e fosforo sul suolo è triplicata in pochi anni. Arrivati al mare, azoto e fosforo favoriscono la crescita di alghe che uccidono i pesci.

Il futuro
La pressione a cui sottoponiamo gli ecosistemi è destinata a crescere e potrà impedire il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo che l’Onu si è dato: ridurre povertà, fame e malattie entro il 2015. Perché, c'è bisogno di dirlo?, i paesi più poveri sono quelli più colpiti dagli effetti negativi dei cambiamenti degli ecosistemi. Possibili vie d'uscita però ci sono. Il rapporto disegna 4 scenari per il futuro. In tutti e 4 emergono tendenze simili per quanto riguarda la crescita della pressione sugli ecosistemi, tuttavia tre scenari mostrano la possibilità di contrastare la tendenza al degrado: sono quelli in cui i governi tendono a favorire la cooperazione internazionale. Il quarto scenario, chiamato «ordine basato sulla forza», è il più apocalittico: un mondo frammentato in cui ogni Paese si preoccupa solo della propria sicurezza e della propria economia con scarsa attenzione ai problemi ambientali, produrrà un collasso degli ecosistemi entro il 2050 e rappresenterà un freno alla crescita economica globale. Gli strumenti per ridurre il degrado ci sono: bisogna inserire l’ambiente nella valutazione economica delle nostre scelte, rafforzare le politiche di gestione delle risorse, favorire comportamenti individuali «virtuosi», sviluppare e utilizzare le tecnologie a basso impatto ambientale. Ma i politici sappiano che bisogna agire subito.




 

Le normative

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