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IL MANIFESTO:14 maggio 2004

Una grana ogm per il parmigiano

Latte modificato Gli ogm nei mangimi animali minacciano i prodotti alimentari italiani più pregiati. 
Lo ammette anche il consorzio del Parmigiano reggiano. Per Coldiretti «si può vincere la battaglia del mangime sicuro»
LUCA FAZIO
Otto secoli di storia, settanta anni di tutela e un interrogativo inquietante che adesso sta mettendo in difficoltà il Consorzio Parmigiano-Reggiano: il latte utilizzato per il formaggio italiano più famoso del mondo è prodotto da mucche alimentate con soia transgenica? Detta brutalmente, il parmigiano contiene ogm? La domanda interessa milioni di consumatori, e coinvolge 4.500 produttori di latte che lavorano 2.990.500 forme di formaggio all'anno in 524 caseifici. Giro d'affari: 900 milioni di euro. E, naturalmente, coinvolge  tutto il settore agrozootecnico e quindi un'infinità di prodotti (un'indagine della Camera di commercio di
Torino ha individuato la presenza di ogm nel 90 per cento dei mangimi industriali). Dalle parole di Igino Morini - che rappresenta il Consorzio Parmigiano-Reggiano e che si dice disposto ad affrontare 
la questione a livello istituzionale - non arriva alcuna smentita. Si capisce che nella sede di Reggio Emilia tira un'aria pesante. «La soia in Europa non basta per soddisfare il fabbisogno, quindi non 
possiamo sapere se tutta la soia che entra è ogm-free e di conseguenza non si può controllare che tipo di mangime utilizzano i nostri produttori». Il consorzio non può intervenire? 
«No - sostiene Morini - siamo all'interno di un quadro agricolo europeo, non possiamo far fare il latte sulla luna, è comprensibile che le ditte mangimistiche prendano la soia dove la trovano».

E' lo stesso concetto che viene sempre ribadito da Paolo De Castro, presidente di Nomisma, nota società di ricerca e consulenza da sempre favorevole agli ogm, nonché ex ministro del governo D'Alema, per sostenere che ormai l'inquinamento da ogm è un dato di fatto. E proprio uno scritto di De Castro, pubblicato su 
L'Informatore Agrario, ha messo con le spalle al muro i produttori di parmigiano. «La nostra industria mangimistica - ha ribadito De Castro - non è assolutamente in grado di produrre mangimi per i nostri allevamenti bovini sia da latte che da carne senza far uso di soia e di mais di importazione e dunque non vi è prodotto di origine animale, sia esso latte, formaggio o carne, prodotto tipico o non tipico, prodotto dop e non dop che non sia stato ottenuto con mangimi contenenti ogm».

Nessuno ha smentito il presidente di Nomisma, e per questo l'associazione Verdi Ambiente e Società (Vas), dopo aver scoperto nei caseifici mangime a base di soia Roundup Ready di Monsanto, ieri ha chiesto al consorzio del parmigiano di ripulire la filiera da eventuali contaminazioni. «Già due anni fa il consiglio di amministrazione del consorzio - dice Ivan Verga di Vas - ebbe l'opportunità di evitare il problema, ma non ebbe il coraggio necessario per introdurre nel disciplinare di produzione anche la 
clausola ogm-free».

Ma davvero è possibile rinunciare allo soia gm se l'Europa ne importa ogni anno 26 milioni di tonnellate da paesi come Argentina, Brasile e Stati uniti? Secondo Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti, non solo è possibile ma si stanno verificando le condizioni per passare alle vie di fatto, in accordo con il ministro per le politiche agricole Alemanno. «Abbiamo deciso di giocarci la partita del mangime sicuro - dice Masini - e stiamo promuovendo accordi commerciali. Abbiamo già preso contatti con i ministri di Argentina, Brasile e Uruguay e mercoledì abbiamo incontrato il ministro del Kenya, che è intenzionato a percorrere la strada dell'agricoltura ogm-free: questi passaggi diplomatici servono per garantirci mangime sicuro».

Un altro passaggio decisivo, che dovrebbe facilitare la scelta degli allevatori, sempre che decidano di acquistare mangimi ogm-free venduti con un sovraprezzo di 2,5 euro al quintale, è rappresentato dall'etichettatura obbligatoria: è da un mese appena che anche i mangimi devono essere etichettati qualora contengano ogm in quantità superiore allo 0,9%. A questo punto bisogna capire quanto le aziende sono disposte ad investire per garantire la ripulitura dell'intera filiera, dalla mangiatoia al supermercato. L'invito a lasciar perdere viene direttamente da Monsanto, che suggerisce ai produttori di «resistere a pressioni indebite e demagogiche che non hanno nulla a che vedere con la salute dei consumatori». Il problema è sempre quello, il consumatore: chi se lo mangia il parmigiano modificato? 

 

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