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| IL CORRIERE DELLA SERA: 03 gennaio 2005 |
| Clima: nasce la Borsa Ue dei «venditori di fumo» |
Parte il mercato europeo delle emissioni nocive: chi inquina meno potrà vendute quote di Co2 a chi inquina di più
MILANO - D'ora in poi l'espressione venditore di fumo non indicherà più solo l'arte del millantatore ma un semplice realtà. Parte lunedì 3 gennaio in Europa la «Borsa dei fumi», il mercato internazionale dei gas serra, uno dei pilastri per attuare il protocollo di Kyoto limitando i costi per il sistema industriale. In questa Piazza Affari dell'inquinamento, le azioni sono quote di anidride carbonica, il Co2, gas accusato di provocare il surriscaldamento del pianeta.
Le ciminiere di una fabbrica (Emmevi)
In pratica chi inquinerà di meno potrà vendere le sue quote in eccesso rispetto al livello stabilito dai trattati a chi inquinerà di più in modo da permettegli di restare nei limiti e non dover pagare pesanti multe. Questo potrà valere sia a livello di Stato che di singolo impianto. Il valore previsto è di circa 8-9 euro la tonnellata di Co2 per un business che potrebbe valere fino a 15 miliardi di euro l'anno.
Allo scambio delle quote di Co2 parteciperanno i 25 Paesi dell'Unione europea e circa 12 mila impianti industriali che producono gas serra, con l'obiettivo di tagliare dell'8,2% gli inquinanti entro il 2008-2012, come prevede il Trattato sul clima.
ITALIA - Per l'Italia l'obiettivo è del 6,5% ma il nostro Paese è in forte ritardo sulla Borsa dei fumi. L'ingresso, secondo il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli, sarà possibile solo in primavera, quando sarà completata la mappa delle emissioni degli impianti e Bruxelles avrà dato il via libera al Piano nazionale sull'assegnazione delle quote di inquinanti. In forte ritardo sono anche la Polonia e la Repubblica Ceca mentre la Grecia risulta del tutto inadempiente.
Il ritardo italiano si spiega con il mancato recepimento della legge Comunitaria nella quale veniva attuata anche la diretiva europea sull'emission trading. Il governo è corso ai ripari con un decreto ma questo non è bastato a rientrare nella tabella di marcia scandita da Bruxelles. Il ministero dell'Ambiente sta completando il censimento delle emissioni di Co2 degli impianti coinvolti, centrali elettriche, raffinerie, cementifici, vetrerie ma anche cartiere e acciaierie, oltre un migliaio in tutto. A ciascuno di essi verrà assegnato un certo numero di quote da restituire fra un anno: chi riesce a inquinare meno del tetto assegnato potrà vendere le suo quote ad altri. Chi lo supera dovrà investire nelle nuove tecnologie per ridurre gli inquinanti o andare in Borsa e comprare crediti di carbonio da Paesi o aziende più virtuosi. Altrimenti si rischiano multe di 40 euro per ogni tonnellata in eccesso che diventeranno 100 nel 2008.
OBBLIGHI - In Italia dall'inizio di quest'anno, nessuno degli impianti industriali coivolti potrà emettere Co2 senza una specifica autorizzazione del ministero dell'Ambiente. Inoltre entro la fine di dicembre, come stabilisce il decreto di attuazione alla direttiva Ue sull'emission trading, le aziende dovevano trasmettere al dicastero una mappa dettagliata delle emissioni di anidride carbonica. Si tratta di operazioni necessarie per l'assegnazione ai diversi impianti delle quote di Co2. Per migliaia di aziende spesso medio piccole si tratta di compilare moduli, dichiarazioni, formulari e soprattutto «di entrare su un terreno nuovo che richiede conoscenze specifiche» sottolinea Raffaele Chiulli, presidente di Safe, società specializzata nella consulenza energetica e ambientale. Forte è anche la preoccupazione dei costi. «Gli oneri dell'emission trading per il sistema energetico vanno limitati al massimo» sottolinea Emma Marcegaglia, vicepresidente di Confindustria con delega all'energia.
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