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Il Kyoto fisso:Il clima

Tra pochi giorni si apre a Parigi la COP21, la Conferenza annuale sul clima che si tiene sotto l’egida dell’ONU. Quest’anno ci si arriva in una situazione particolarmente tesa, a causa degli attacchi terroristici che stanno sconvolgendo il mondo. In questo senso mi pare significativo che gli organizzatori francesi abbiano voluto mantenere questo impegno con il resto del pianeta, tanto più che anche i drivers climatici si stanno mostrando catalizzatori di crisi e instabilità un po’ dovunque. Credo sia un segno di responsabilità e impegno nei confronti di tutti e che ciò mostri, nonostante tutto, un atteggiamento di apertura.

Ma, a parte queste considerazioni che lasciano il tempo che trovano, si arriva a questa Conferenza dopo dichiarazioni “quasi congiunte” di Obama e del premier cinese Xi Jinping su una riduzione effettiva (e questa volta con i numeri) delle loro emissioni di gas serra, effettuate mesi fa e ribadite recentemente con qualche elemento migliorativo in più. Certo, restano le difficoltà del Presidente americano a far digerire queste riduzioni ai repubblicani che hanno la maggioranza in Senato, e ancor più alle lobbies del petrolio, ma il fatto che per la prima volta i due colossi mondiali mettano dei numeri sul tavolo appare incoraggiante.

Detto questo, cosa possiamo aspettarci dalla Conferenza di Parigi? Potremo risolvere il problema del cambiamento climatico recente, o almeno metterci sulla strada giusta per risolverlo? Vediamo un po’…

Dal punto di vista di una mentalità scientifica, ma anche da quello del buon padre di famiglia, quando si ha un problema e se ne conoscono le cause, come nel nostro caso, ci si mette intorno ad un tavolo per discuterne le soluzioni. In particolare, bisogna cooordinare le azioni per raggiungere l’obiettivo che ci permetta di risolvere il problema in questione.

Nel nostro caso, la comunità scientifica si è espressa chiaramente nell’indicare che sarebbe il caso di non superare la soglia dei 2°C di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale. Questo per evitare impatti che potrebbero essere molto pesanti e che creerebbero una situazione da cui difficilmente potremmo tornare indietro. Per far ciò occorrerebbe stabilizzare la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a circa 450 ppm (parti per milione), ovvero 450 molecole di CO2 per ogni milione di molecole di aria (oggi siamo a 400 ppm). Dato che l’anidride carbonica, il più diffuso dei gas serra, ha un tempo di permanenza in atmosfera molto elevato, per far questo occorre diminuire le nostre emissioni di CO2 che provengono dalle combustioni fossili. In realtà si è calcolato anche quanto potremmo ancora emettere per limitarci ad un riscaldamento di 2°C.

Dunque il problema è ben posto, come pure l’obiettivo (target) che ci dobbiamo dare per risolverlo. In questi casi, cosa si dovrebbe fare? Si sa quale sia la riduzione di emissioni richiesta, cioè il target globale. Si tratta di cooperare per raggiungere questo target, spartendosi le riduzioni un po’ per ciascuno, con la somma delle riduzioni che equivalga al target globale. Ebbene, questo approccio è detto top-down (dall’alto in basso) ed è quello seguito fino a qualche anno fa nella negoziazione internazionale. In questo caso, una volta raggiunto l’accordo sulle spartizioni, questo approccio garantisce, se tutti fanno poi effettivamente il loro dovere, di raggiungere il target.

Il problema è che non si riusciva a mettersi d’accordo. Perché chi ha emesso a dismisura in passato vuole ora limitare lo sviluppo di altri Paesi? D’altro canto, perché la Cina, che è diventata la maggiore emettitrice globale non dovrebbe contribuire sostanzialmente alla soluzione del problema? Insomma, litigi, diffidenze, incomprensioni: stallo del negoziato!

In questa situazione, a qualcuno è venuto in mente di cambiare completamente approccio. Se non si riesce a risolvere il problema con un approccio top-down, proviamo con un approccio bottom-up (dal basso in alto). Cosa significa questo nel nostro caso? Significa chiedere ai rappresentanti dei vari Stati: cosa potete fare voi, in piena coscienza, per contribuire a risolvere il problema? Una volta avuto il massimo di riduzione possibile per i singoli Stati, si mettono insieme queste riduzioni volontarie e, sommandole, si vede dove si arriva. E’ chiaro che questo modo di fare non garantisce di raggiungere l’obiettivo finale, anche se il negoziato tenterà di innalzare un po’ le singole riduzioni…

E infatti oggi siamo in questa situazione. Al 25 novembre sono stati presentati 177 “intended nationally determined contribution”” (INDC), che potremmo tradurre come “contributi promessi stabiliti a livello nazionale”, che riportano le riduzioni volontarie dei singoli Paesi. Queste coprono circa il 93% delle emissioni globali del 2010 e il 94% della popolazione mondiale. Sembrerebbe un buon risultato! Il problema è che, mentre alcuni Stati, come quelli dell’Europa in toto, sono stati molto ambizioni, altri si sono “sforzati” molto meno. Il risultato è che, facendo le somme, l’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura a 2°C viene sforato ampiamente. Si ha un miglioramento percettibile ma tutto sommato abbastanza modesto rispetto allo scenario che segue le politiche attuali, vicino al “business as usual”, cioè a quello che fa proseguire senza correttivi la tendenza attuale.

Non voglio entrare nel dettaglio delle cifre e lascio chi fosse interessato a consultare il sito Climate Action Tracker per un’analisi quantitativa globale e a livello dei singoli Stati.

Insomma, cosa possiamo aspettarci dalla Conferenza di Parigi? Realisticamente direi che un accordo dovrebbe scaturirne, perché i grandi della Terra si sono in qualche modo impegnati a farlo. Inoltre, non appare così difficile raggiungere un accordo sui propri contributi volontari… E nonostante questo il Segretario di Stato americano Kerry ha recentemente espresso al Presidente francese Hollande la sua opinione circa l’impossibilità di raggiungere un accordo che sia anche legalmente vincolante (si sente la pressione dei repubblicani…).

Così rischiamo di avere un accordo che comunque non consentirà di raggiungere l’obiettivo voluto e che, tra l’altro potrebbe risultare anche meno efficace se poi i singoli Stati, lasciati senza obblighi legalmente vincolanti, non faranno ciò che hanno promesso.

Ulteriori informazioni: Le scienze

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