Attorno ai data center cresce la diffidenza. In Italia la Rete Stop Data Center riunisce comitati di oltre trenta città, dalla Lombardia alla Puglia. Il timore è comprensibile. Un capannone pieno di server che consuma suolo, acqua potabile ed elettricità prodotta col gas e butta il calore nell’aria è un cattivo affare per chi gli vive accanto.
D’altronde è difficile, se non impossibile, fare a meno dei data center. Ogni attività in rete, ogni pagamento con la carta, ogni referto clinico, ogni messaggio passa da quegli impianti. Nel 2024 i data center hanno consumato 415 terawattora, l’1,5% dell’elettricità mondiale, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia. Produrla ha liberato 180 milioni di tonnellate di CO2, la metà di quanto emette l’Italia in un anno.
Gas che aggravano la crisi climatica. Quasi tutta quell’energia diventa calore. La domanda allora è un’altra. È possibile costruire data center che non devastino il territorio, non sprechino acqua ed energia e, addirittura, contribuiscano a migliorare la qualità dei servizi locali?
A Tallaght, periferia sud di Dublino, la biblioteca si scalda con il lavoro dei server. Quelli di Amazon girano giorno e notte e riempiono le sale di aria calda. Serpentine piene d’acqua la raffreddano e si portano via il calore. L’acqua esce a 25 gradi, tiepida come un bagno dimenticato.
Nel centro energetico vicino, le pompe di calore, frigoriferi che lavorano alla rovescia, la spingono fino a 70-85 gradi. Poi parte verso la sede del Comune, il campus del politecnico, la biblioteca, 133 appartamenti. Torna più fredda e Amazon la usa per raffreddare di nuovo le sale. Sempre la stessa acqua. Nessuna caldaia a gas.
Amazon cede il calore gratis e in cambio risparmia elettricità. Ma l’idea non è nata in una sala riunioni di Seattle. Nel 2015 l’agenzia energetica di Dublino, Codema, disegna la mappa di chi consuma calore in città. Tallaght risulta adatta a una rete di teleriscaldamento, tubi sotterranei che portano acqua calda alle case. Poi Amazon chiede il permesso di costruire.
Le regole urbanistiche locali obbligano i nuovi impianti con molto calore di scarto a dichiararlo e a predisporre il recupero. La mappa trova la sua fonte. La rete è del Comune, tramite Heat Works, società senza scopo di lucro. Secondo l’agenzia pubblica irlandese per l’energia evita circa 1.500 tonnellate di CO2 l’anno. Una mappa, una regola, un ente pubblico ben amministrato. Il resto lo fanno i tubi…PINO BRUNO

























